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è tutto qui, dispositivo scenico, “prologo” alla rappresentazione Invettiva inopportuna, è un’opera installativa costituita da un grande anello di metallo, su cui è collocata la scritta luminosa il teatro valorizza gli imprevisti.

Il dispositivo scenico è azionato da un motore che induce movimento circolare crescente all’anello fino a rendere illeggibile il messaggio.

è tutto qui verrà ospitato in due luoghi della città di Bologna:

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna >15 settembre – 4 ottobre 2021 

Teatro Arena del Sole > 5-22 ottobre 2021

Invettiva inopportuna  è la nuova produzione di LAMINARIE, ideata, diretta e interpretata da Febo Del Zozzo, con la drammaturgia di Bruna Gambarelli, un testo poetico inedito dello scrittore Matteo Marchesini e la collaborazione di Matteo Braschi, Riccardo Uguzzoni, Perla Degli Esposti e Marcella Loconte, debutta martedì 26 ottobre ore 21 presso DOM la cupola del Pilastro. 

Prodotto da LAMINARIE e coprodotto da ERT/Teatro Nazionale sarà in replica: 28 ottobre ore 21.00; 30 ottobre ore 18.00; 3-5 novembre ore 21.00; 7 novembre ore 19.00.

In scena un uomo solo, al centro di una complessa struttura di carrucole e corde tra le quali cerca di districarsi faticosamente. L’uomo, in piedi, tiene in mano un foglio consunto, e con una gestualità incerta e nervosa lo apre e lo richiude più volte, cercando di leggere ciò che c’è scritto, senza riuscirvi. Il suo volto è coperto, inscrutabile allo sguardo. Mentre le luci a poco a poco chiariscono la complessità del reticolo – due chilometri di corde che si configurano come groviglio di impedimenti, un paesaggio impervio che ostacola ogni movimento – l’uomo tenta più volte, inutilmente, di liberarsi. Lotta contro il mondo che lo ospita, che lui stesso ha costruito con gli strumenti del teatro. I suoi gesti provocano suoni netti, a volte assordanti, a volte assonanti. Sono suoni precisi ma non sempre governabili. L’installazione teatrale appare come un unico grande corpo sonoro, in cui le corde, il corpo dell’attore e lo spazio vibrano all’unisono. L’uomo, muovendosi da un punto all’altro sulla scena, tira, sfila, strattona le corde fino a fare crollare la grandiosa costruzione. Lo spettacolo si basa sul desiderio di restituire al pubblico un pensiero sulla funzione dell’arte che non si rassegna ad essere uno strumento consolatorio ma si ostina ad essere un dono complesso, disarticolato, improduttivo.

“È insieme una installazione e una invettiva vera, come dice il titolo, sulla situazione particolare che stiamo vivendo, l’isolamento coatto dei mesi scorsi, la comunicazione limitata, la partecipazione negata al teatro dal vivo.”

(Anna Bandettini, La Repubblica)

“La suggestione della lentezza con cui Del Zozzo raccoglie metro a metro, tirando giù a strattoni le corde dalle cantinelle, in una luce che non ha più il sapore artificiale dello spettacolo, della selva misteriosa, ma quella disvelatrice della mezza sala, ecco, quella operazione di raccolta dei cocci, se così possiamo definirla, commuove. Addolora, fa pensare davvero alla fatica inutile, all’affanno del vivere quando la speranza è una corda che non risuona.”

(Renzo Francabandera, paneacquaculture.net)

La tensione con cui le corde vengono tese fra pavimento e soffitto si ribalta nella meraviglia prima e nella tragedia della caduta dopo, svelando un combattimento esistenziale che assume i toni della resistenza culturale. […] È tempo di un’opportuna invettiva di una dichiarazione di responsabilità nei confronti del fare arte, qualsiasi strumento si usi.

(Fabiola Naldi, testo in catalogo)

[…] questa seconda scritta contiene “un pensiero molto forte”, per dirla con Nauman: un pensiero molto forte sulla natura del teatro. È vero, non è vero? La domanda è posta: qualunque sia la risposta di Laminarie - risposta che la compagnia affida al suo lavoro -, ogni spettatore è chiamato a dare la propria. È questo il salto che l’opera sollecita, il lancio di coltelli a cui ci sfida.

Mira, concentrazione e fermezza sono comunque richiesti.

(Simone Menegoi, testo in catalogo)

Febo Del Zozzo ci aveva già sorpreso con altre inquiete messe in scena in cui ha fatto rivivere esistenze oramai sigillate: Šalamov con la sua mela, la gestualità dura di Pollock, il Brancusi costruttore della Colonna dell’infinito. Le accomuna a Invettiva inopportuna (o la preparano?) un modo di fare teatro che si rivela altro da quello in cui seguita a trovare espressione romanticismo e modernismo; mentre egli cerca piuttosto una nuova postura dell’io e una nuova voce in rapporto al presente e al passato. Qui non si tratta né di astrazione né di sentimento, ma dei duri fatti del presente e di come comprendere il passato in rapporto ad esso. Niente «atmosfera dell’Io», niente autocompiacimento per la propria ferita; ma neppure l’arte per l’arte, ovvero il mutismo al posto del deliquio. C’è piuttosto l’esigenza di rompere l’isolamento o l’indifferenza. Il richiamo a figure emblematiche del passato recente serve a comprendere la situazione attuale per aprirla al confronto con la propria angoscia, senza fare sconti sul prezzo della fatica a parlare a sé stessi e riconoscersi comunità in atto.

Invettiva inopportuna è un incipit di cui fare esperienza, su cui riflettere; un’opera di prim’ordine, che molto dice altresì sulle ragioni culturali e sociali del teatro delle Laminarie.

(Giancarlo Gaeta, testo in catalogo)

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove la pandemia che ha colpito il mondo si è abbattuta come un flagello sul mondo della cultura e dello spettacolo, l’installazione (“è tutto qui” prologo allo spettacolo “Invettiva inopportuna” n.d.r.) enfatizza proprio quella necessità di far crescere e fiorire le risorse e i valori costruiti e scoperti dalla compagnia LAMINARIE in molti anni di lavoro e impegno sul territorio.

(Lorenzo Balbi, testo in catalogo)

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